Cinema e Audiovisivi: incensurabilità artistica o etica di rappresentazione?

 

 

“Viviamo sotto una pioggia ininterrotta di immagini; i più potenti media non fanno che
trasformare il mondo in immagini e moltiplicarlo attraverso una fantasmagoria di giochi di specchi […]”.

Italo Calvino, Lezioni Americane (Mondadori, 2000)

 

Il nostro è un mondo immerso nelle immagini.
Il corpo umano ne è immerso.
Abbiamo bisogno di vedere, di verificare costantemente. Abbiamo bisogno di rendere continuamente presente ciò che è assente.
E’ la nostra natura che ce lo chiede..

L’essere umano è un soggetto che fa costantemente riferimento alla propria creatività.
Si è creativi nel vedere, nel notare, nel distinguere. Questo processo di generazione sfocia in espressioni applicate oppure in un complesso processo di immaginazione.

I graffiti trovati nelle grotte di Altamira ci aiutano a comprendere quanto questa necessità risalga almeno a 15.000 anni fa.
Prima di ogni altra cosa, abbiamo l’istinto di rappresentare in forme e colori ciò che viviamo.
Per questo tutto ciò che è visuale, ha un grande potere sull’essere umano.

E qual’è la formula audiovisiva più potente se non il Cinema?
Esso riesce ad orientare stili, mode e pensieri coinvolgendo gli oggetti culturali o più semplicemente quotidiani. E ciò che è più evidente è che lo fa con inspiegabile facilità.

Il Cinema è un sistema semiotico non convenzionalizzato.
In un celebre saggio del 1968 “Cinéma, langue ou langage”, Christian Metz giungle alla conclusione che l’esperienza cinematografica è riconducibile a un linguaggio e non a una lingua. Una lingua ha bisogno di particelle elementari come fonemi o morfemi per poter articolare una sintassi e dunque una possibile comprensione. E’ necessario apprendere prima di poter capire.
Invece le immagini non hanno bisogno di particolare convenzioni.
Esse non hanno statuti anteriori che agiscono sulla capacità di comprensione dell’individuo.

Esse sono, e ciò basta per capirle.
Il cinema, dunque, fa riferimento allo statuto personale e culturale della persona, ma di null’altro.
Stabilisce un rapporto di reciproco scambio con chi percepisce all’interno di una dimensione storico-sociale e quindi, culturale.

E di conseguenza è incredibilmente immediato.

Il Cinema è un sistema pluri-codico.
Parla un numero innumerevole di lingue. E’ inter-testuale, inter-disciplinare. Presenta una grande eterogeneità di materie di espressione. Per questo è definito anche come settima arte.

Akira Kurosawa lo definì come un compendio che “come ha caratteristiche proprie della letteratura, ugualmente ha connotati propri del teatro, un aspetto filosofico e attributi improntati alla pittura, alla scultura, alla musica.”
Fa riferimento a cultura alta e cultura bassa.
E’ come se conciliasse in se tutta la storia del pensiero.

Il Cinema è un sistema pluri-interpretativo.
Si arricchisce nuovamente e inconsciamente di nuovi significati.
Roland Barthes in uno dei suoi “Saggi Critici” datati 1982, sostiene che ogni singolo fotogramma di una pellicola racchiude in se tre capacità imprescindibili. Riesce contemporaneamente ad avere valore informativo (dato principalmente dall’inquadratura), semiotico (fornito dal valore socio-culturale dell’opera) e “incognito”; un qualcosa di indefinibile che impedisce un solo percorso interpretativo. Non si tratta dunque di una disciplina “solamente” universale ma addirittura inarrestabile, in qualsiasi direzione venga condotta.

Cosa si deduce da questa analisi?

Che il 28 Dicembre 1896, per l’occasione della proiezione del film “L’arrivée d’un traine en gare de La Ciotat”, i Fratelli Lumière inventarono una forma artistica incredibilmente potente.
A questo punto sarebbe legittimo pensare che non sia stato detto nulla di nuovo.

Attenzione, prego.Il fattore debilitante sta proprio nell’ accezione artistica della parola Cinema.
Esso conferisce ancor più spessore di quanto non sia stato detto finora.
Ma anche molti più rischi. L’arte non è facilmente definibile, forse non lo è affatto. Perché la sua essenza risiede nell’essere emotiva e incontrollabile. Essa è espressione dei sentimenti umani. E’ dunque disobbediente e non limitabile in delle scatole di parole. In altri termini, non è censurabile.

Ma da ciò nasce una problematica ancestrale.
Il cinema, come detto finora, è uno strumento tecnofilo di grande rilevanza.
E’ capace di generare gli effetti più disparati nel momento in cui viene e contatto con la soggettività umana.

Può far nascere come può far morire.
Il film di Darren Aronofsky, “Requiem for a dream” ci sbatte in faccia una realtà in cui i media possono diventare motore di allucinazione alterando pesantemente la capacità individuale di propriocezione.
Lo strumento cinematografico può spingere all’inspirazione più nobile o alla frustrazione più acuta.

Esso non genera copie della realtà ma infinite interpretazioni di essa.
Non modella solamente delle immagini ma stimola anche l’immaginare.
Può fungere da sostanza psicotropa o far sfociare in un solipsismo esasperato proprio perché i segni che lo contraddistinguono non sono arbitrari.

A differenza di quanto alcuni critici sostengano che l’esperienza cinematografica diventi condizionatamente collettiva, essa vive ed è, grazie alle associazioni mentali dello spettatore. L’immagine apparentemente neutra e imparziale diventa inevitabilmente soggettiva. Il cinema è capace a instaurare, come sostengono Greimas e Courtés in uno dei loro saggi sulla “Generazione del senso” (1979), una sorta di “contratto di veridicità” secondo il quale gli spettatori assumono per vero ciò che reputano razionalmente falso.

Si tratta di una prospettiva inquietante, emancipata da Andy e Larry Wachowski nella trilogia di Matrix (1998-2003) che spinge ulteriormente verso una riflessione della capacità simulacrale dello strumento Cinema. E’ singolare la frase pronunciata dal prof. O’Blivion nel film di Cronemberg del 1983, Videodrome secondo la quale “lo sguardo televisivo è l’unico vero occhio della mente umana.” con il conseguente risultato di dubitare di tutto ciò che viene prodotto da vista e sguardo.

C’è dunque bisogno di un etica in tutto ciò?
Nel momento in cui è stata chiarita la più cronica imprevedibilità delle conseguenze, è necessario porre dei confini all’estro umano e alla creatività più genuina?
In fondo il termine inglese “shot” non significa solamente “fotogramma” ma anche “sparo” rivelando una natura aggressiva sin dalla sua etimologia.

Cosa scaturisce, dunque, da tutto questo?
Non risposte, ma domande. Non certo un giudizio morale sulle “modalità di utilizzo” del talento artistico altrui, ma coscienza.
Coscienza da parte di chi opera nei visual studies, nell’advertising o semplicemente da chi sente di voler raccontare storie attraverso le immagini.
Coscienza quindi anche da chi opera nei mondi del virtuale e del digitale, poichè condividono anch’essi la capacità di simulare e quindi di manipolare demiurgicamente l’immagine e la sua rappresentazione.

In una parola?

Responsabilità.

2 Risposte a “Cinema e Audiovisivi: incensurabilità artistica o etica di rappresentazione?”

  1. marco jacoviello Dice:

    caro tiziano
    ho appreso forse tardi del tuo successo televisivo, ma tardi non è nel rallegrarmi con te della buona riuscita dell’operazione.
    Dunque, tante e vivissime congratulazioni.
    Vengo ora a dirti qualcosina riguardo il tuo scritto sull’estetica cinematografica, che ho trovato interessante estimolante. Certo il rapporto tra estetica ed etica è nato dai tempi di Platone e noi ce lo ritroviamo intatto ogni qualvolta si affaccia imperioso il problema della responsabilità, come tu dici.
    La responsabilità , o meglio, l’etica delle responsabilità ( sembra un bisticcio di parole, ma ormai è volontà comune chiamarla in questo modo) è una vera e propia scuola di pensiero che, specialmente dopo la seconda guerra mondiale, ha tenuto e tiene banco nelle prospettive accademiche.
    La responsabilità sta tra il dire e il non dire, tra la parola e il silenzio; ha una chiave interpretativa di carattere fenomenologico, individua uno spazio all’interno di una relazione, è dunque di natura duplice e per questo motivo variabile di umore e gravida di senso. La responsabilità è la capacità di ri-porre in una duplice visione una qualunque proposta ,di ris-pondere cioè di porre per ben due volte il quesito di pertinenza, perchè qualunque “cosa” si faccia, lo si fa anche per l’altro.
    Ora, questa componente chiamaiamola “sociale”( ma a me piacerebbe utilizzare il termine obsoleto “comunitario”) che chiarisce i termini di relazione stessa attravrso l’ingagine sull’ alterità è la condizione che permette alla responsabilità di agire in quanto tale: cioè, se manca l’altro come mio iferimento , viene a mancare la prospettiva in cui va ad insinuarsi il nucleo della mia responsabilità.
    Ma tutto questo parlare di responsabilità in quanto traslato dell’etica è valido anche per l’arte?
    dal momento che tu poni questo quesito, la risposat non può che essere affermativa.
    Tuttavia il “gesto” artistico è differente da quello etico(ricorda kierkegaard, per favore), direi quasi, almeno a livello esistenziale, autonomo, L’arte crea in autonomia, perchè il principio che la governa è un in-sè. Poche cose sono”assolute” come l’arte, oserei dire nessuna, dal momento che l’iniziale aurtoreferenzialità costituisce la matrice originaria e fondativa del suo essere. L’arte inventa l’essere dal non-essere nel momento in cui si dona come esperienza.
    Pensa, ad esempio, a tutta la storia dell’arte, storia appunto. Nel momento in cui è uscita dal suo ambiente originario è diventata storia, è entarta nelle pieghe della vulnerabilità umana, credenziale come tu dici della tensione emotiva e della sensibilità. La forma artistica ha realizzato la materializzazione dell’invisibile, o meglio, la sua manifestazione cosciente. E’ uscita dal silenzio per illuminare non soltanto lo sguardo di chi osserva, ma la coscienza di chi ponendosi al suo cospetto, si lascia interrogare.
    Rompe gli schemi della consuetudine e dell’omologazione, risveglia il sesno profondo dell’appartenenza dell’essere: io sono nel momento stesso in cui mi interrego,perchè i graffiti testimoniano non la riproduzione di animali al pascolo, la l’interpretazione simbolica che aquisiscono nell’occhio di chi, guardandoli, si domanda almeno : chi sono io al vederli?
    Eccoci arrivati alla chiave di volta: l’arte è la rivelazione dell’umanità dell’uomo stesso, è lo specchio multiforme in cui si avvolge l’inquetudine esistenziale. Per questo motivo ha anche un valore catartico, curativo.( secondo Aristotele l’etica artistica è tutta qui)
    Per chi, come il sottoscritto, crede di non aver ancora capito niente o quasi della vita, ha attinto dall’arte la testimonianza che questa vita vale la pena di essere almeno vissuta nelle infinite proposte di “senso” che l’arte ha avuto ed ha la capacità di consegnarmi. Esse rappresenta la vera testimonianza di chi, creandole, ha dato loro la luce soffrendo.
    Ecco, a mio avviso la vera responsabilità: il vero artista non può tacere perchè con l’arte interroga la vita .
    A proposito del cinema, dici cose davvero interessanti.
    Ti consiglio di leggere Benjamin, L’opera d’arte nella sua rispoducibilità o qualcosa di simile. E’ un saggio di un grande filosofo che può darti altri spunti di riflessione. E’ compito del pensiero far pensare, e tu lo sai bene.
    caro Tiziano, non rileggo il testo a fronte di inevitabili distrazioni di battuta che avrò certamente commesso, perchè l’ho scritto con il cuore.
    Tu fa’ altrettanto e non dimenticarlo mai
    marco

  2. Caro Marco,
    provo un immenso piacere nel vedere scritte queste tue parole tra le mie pagine.
    Non posso che rimanerne profondamente colpito.
    Non perchè ci sia evidente perfezione nella tua analisi ma perchè ancora una volta, la vita mi insegna che anche di fronte alle

    questioni più annose, la soluzione c’è: ed è la più semplice.
    Non è facile saper ascoltare, tanto meno sapersi ascoltare.

    In termini quasi assoluti, credo sia sempre un bene rimanere turbati dagli eventi.
    E’ lì che subentra la coscienza di apprendere, la coscienza di essere smossi nell’intimo.
    Dunque sono felice di essermi posto il problema di cui stiamo parlando.
    Se non come professionista, mi vedrò migliorato come persona, un giorno.

    Ma se la vita deve essere spiazzata dal pensiero, figuriamoci dall’azione.
    Intendo dire che siamo in questa terra per scegliere, non per supporre.
    E in quest’ottica, io scelgo di espormi.
    Di non tacere.
    Il tempo è galantuomo e deciderà da solo, un giorno, se quello che ho fatto e soprattutto che farò, sarà degno di considerarsi di

    natura artistica.
    Ma ciò che mi sta a cuore è avere l’onesta e il coraggio intellettuali di dire quello che sento di dover dire.
    Può sembrare banale ma ogni giorno insegna quanto sia difficile essere coerenti con se stessi.
    E’ per questo che mi aspetto di non giustificarmi mai. Di riuscire a scorgere quanto sia meglio per me.
    Scelgo di sbagliare dunque, se necessario.
    Ma col cuore.

    E se è maturata in me questa consapevolezza, allora io lo devo a te.
    Sei stata tra le persone più influenti della mia vita, negli ultimi anni.
    Hai abbattuto quelle certezze così utili quando si vuole puntare il dito contro qualcuno.
    Questo perchè hai insegnato a dubitare ciò che insegnavi.

    Dunque questo è il mio ringraziamento
    al professore,
    e all’amico.

    A presto.

    Tiziano

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